Paolo Gabriele condannato a 18 mesi di reclusione: agito per esclusivo amore, viscerale, per la Chiesa di Cristo e per il Papa. L'accusa aveva chiesto tre anni

Un anno e sei mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali: è questa la condanna comminata dal Tribunale vaticano nei confronti di Paolo Gabriele, l’ex assistente di camera del Papa riconosciuto colpevole di furto aggravato di documenti riservati. Le attenuanti concesse sono dovute all'assenza di precedenti penali, alle risultate del suo stato di servizio antecedente ai fatti in questione, alle motivazioni "seppure erronee, che lo hanno spinto ad agire per il bene della Chiesa e del Papa, l'ammissione di aver danneggiato il Santo Padre". L’udienza di questa mattina aveva visto la requisitoria del promotore di giustizia e l’arringa del difensore. Il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Dalla Torre ha letto la sentenza, dopo due ore di camera di consiglio, "in nome di Sua Santità Benedetto XVI gloriosamente regnante, invocata la Santissima Trinità". “Una condanna equilibrata”, un eventuale ricorso in appello sarà valutato “in un secondo momento”. Ha commentato così l’avvocato di parte, Cristiana Arru, la pena inflitta dai giudici vaticani nei confronti del suo assistito. Paolo Gabriele, prima che i tre giudici si ritirassero per decidere la sentenza, ha fatto un’ultima dichiarazione. "Si sente colpevole o innocente?", gli ha chiesto Dalla Torre. E Gabriele, impassibile: "La cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo Capo visibile. Se lo devo ripetere non mi sento un ladro". In, precedenza, durante il suo intervento, il promotore di giustizia aveva escluso che l’ex aiutante di camera del Pontefice avesse complici o correi e aveva concluso la requisitoria chiedendo una condanna a tre anni di reclusione per furto aggravato, nonché l’interdizione perpetua ma parziale dell’imputato: ovvero la possibilità per lui di continuare a lavorare in Vaticano, ma non in uffici che comportino una diretta responsabilità. Picardi ha rivelato nella requisitoria pronunciata stamane i nomi di alcuni testimoni ascoltati nell'istruttoria, tra i quali c'è quello del prete cui Paolo Gabriele consegnò copia delle carte riservate della Santa Sede finite poi nel libro di Gianlugi Nuzzi 'Sua Santità'. Si tratta di "don Giovanni Luzi" ed era il padre spirituale del maggiordomo papale. Il sacerdote, ha precisato il pm, è stato presentato a Paolo Gabriele dal suo precedente padre spirituale, don Paolo Moracutti, anche lui sentito dagli inquirenti. Don Luzi ha dichiarato di aver bruciato i documenti ricevuti. L’avvocato di parte, Cristiana Arru, aveva invece chiesto la derubricazione del reato da furto aggravato ad appropriazione indebita, poiché, aveva sostenuto la Arru, l’atto di Gabriele è condannabile e illecito, ma mosso da “alti motivi morali per ciò che ha visto”. In subordine, il difensore di Gabriele aveva chiesto la riduzione al minimo della pena per il furto. L'avvocato di Paolo Gabriele nella sua requisitoria conclusiva, ha rilevato numerose ''falle nella procedure'' seguita nell'istruttoria giudiziaria vaticana contro l'ex-assistente di camera di Benedetto XVI. Arru ha ricordato come i gendarmi che hanno perquisito la casa di Gabriele non avessero i guanti e ''hanno toccato i documenti con le mani rendendo impossibile fare una perizia dattilografica'' sulla pepita presunta d'oro ritrovata nell'appartamento. Inoltre, non è stato fatto un inventario dei documenti ritrovati, lasciando spazio a ''mirabolanti descrizioni'' sulla quantità di materiale rinvenuto in casa di Gabriele, non sono state fatte foto durante la perquisizione e manca il verbale del ''ritrovamento dell'assegno da 100mila euro intestato al Papa e della pepita'' che sono stati fatti vedere al segretario del Papa, don Georg Gaenswein, senza autorizzazione del giudice. Da segnalare un dato importante: il fatto che in aula sia stato precisato che la perizia psichiatrica e psicologica condotta sull’imputato, sono state due, ma in realtà qui si fa riferimento a quella di parte chiesta al prof. Cantelmi che di fatto delinea Gabriele come un soggetto non sano di mente, è stata esclusa dalla stessa difesa e quindi la difesa non ha puntato assolutamente sull’infermità mentale. "Voglio solo riabbracciare mio marito", ha detto Manuela Citti, la moglie di Gabriele, a pochi minuti dalla sentenza. "Desidero soltanto stargli accanto", ha aggiunto.

Radio Vaticana, Asca, TMNews

SENTENZA DEL TRIBUNALE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO NEL PROCESSO PENALE A CARICO DELL’IMPUTATO GABRIELE PAOLO
 

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