sabato 6 ottobre 2012

Tra luci e ombre si conclude oggi il processo per furto aggravato di documenti a Paolo Gabriele. Verso la condanna e la grazia del Papa, incertezza sul dopo, i complici e il movente

E' stato un processo 'pubblico', l'imputato aveva una difesa di fiducia, un 'pool' di giornalisti ha potuto accedere all'aula di tribunale alle spalle della Basilica di San Pietro e raccontare le udienze. Il procedimento-lampo a carico dell'ex maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele (nella foto con Benedetto XVI), si conclude oggi, ad appena una settimana dalla prima udienza sabato scorso, dopo tre sedute, l'audizione di otto testimoni, e la deposizione dello stesso Paolo Gabriele. Ora l'ex maggiordomo, quasi sicuramente, verrà condannato a quattro o sei anni. Il caso Vatileaks, la fuga di documenti riservati trafugati o fotocopiati dall'imputato, però, non sarà concluso. Restano in sospeso ancora molte questioni che il processo non ha chiarito. Sin dalla sentenza di rinvio a giudizio, innanzitutto, la magistratura vaticana ha precisato che il dibattimento si sarebbe concentrato sul solo reato di furto aggravato delle carte della Santa Sede. E' restato fuori, dunque, ogni altro possibile capo di imputazione, quale il delitto contro i poteri dello Stato, il vilipendio delle istituzioni dello Stato, la calunnia, la diffamazione, la violazione dei segreti. La posizione del secondo imputato, il tecnico informatico della segreteria di Stato Claudio Sciarpelletti, e con lui i testimoni chiamati dalla difesa (tra gli altri, mons. Carlo Maria Polvani della Segreteria di Stato), è stata poi stralciata alla prima udienza. E il presidente del tribunale Giuseppe Dalla Torre ha spiegato nel corso del dibattimento che nello stralcio è finito anche l'accertamento del materiale informatico trovato a casa del maggiordomo. Sebbene la stessa requisitoria del 'promotore di giustizia' Nicola Picardi facesse intravedere il ruolo ambiguo svolto da altre persone, coperte da omissis nel dispositivo pubblicato ad agosto, il processo che si conclude oggi non ha riguardato i possibili complici di Paolo Gabriele, che è rimasto pertanto l'imputato unico del caso Vatileaks. Anche dalla deposizione dello stesso maggiordomo non è emerso un quadro nitido. Non è chiaro, cioè, in che modo, per usare un termine dell'imputato, egli si sia sentito "suggestionato" dalle sette persone che ha menzionato (tra di esse due cardinali, Sardi e Comastri, quest'ultimo giovedì ha pranzato a Loreto con il Papa). Né il presidente del tribunale ha voluto approfondire identità e ruolo di un personaggio-chiave quale il confessore di Paolo Gabriele, "padre Giovanni", al quale l'ex assistente di camera del Pontefice afferma di aver dato copia di tutti i documenti posseduti illecitamente. Resta poco chiaro, ancora, il destino di Paolo Gabriele. Dopo la condanna in Vaticano viene dato sostanzialmente per scontato che, di fronte al pentimento, il Papa conceda la grazia al suo ex assistente. Quando avverrebbe questa concessione sovrana dal Pontefice, però, non è dato di sapere. Ancora meno chiaro è quale sarebbe il destino di Paolo Gabriele una volta graziato. E' escluso un suo ritorno nell'appartamento pontificio. Sembra problematico che l'ex assistente di camera del Pontefice torni libero senza garanzie, capace di muoversi tra Italia e Vaticano, appetito da giornalisti e case editoriali. L'ipotesi di un cambio di personalità verso una destinazione nascosta e lontana viene data per fantasiosa nel Palazzo Apostolico. Meno improbabile un impiego in Vaticano, dove del resto vivono moglie e tre figli, o, comunque, in seno alla Chiesa Cattolica, da qualche parte in Italia. Il processo, intanto, ha fatto emergere alcune opacità. L'imputato, in risposta alle domande della sua avvocata, Cristiana Arru (unica rimasta a difenderlo dopo il forfait dato improvvisamente quest'estate dal legale titolare della difesa, il focolarino Carlo Fusco), ha denunciato maltrattamenti dai gendarmi durante la detenzione. Un tema, quello del rapporto con i gendarmi, che si riallaccia ad altre evidenze processuali. Alcuni dei documenti che Paolo Gabriele avrebbe recapitato al giornalista Gianluigi Nuzzi, autore di "Sua Santità", riguardano proprio sospetti in merito alle attività in Italia di alcuni membri del corpo guidato dal comandante Domenico Giani. I gendarmi, da parte loro, hanno posto una telecamera sul pianerottolo di casa Gabriele dopo il suo arresto, avvenuto il 23 maggio scorso. Soprattutto, non è ancora chiaro il movente di tutto il caso Vatileaks. Nel corso del processo sono emersi tratti sorprendenti della personalità del maggiordomo. Appassionato di intelligence, i gendarmi hanno riferito di avergli sequestrato, oltre a un migliaio di carte solo parzialmente pubblicate nel libro di Nuzzi, documenti frutto di sue ricerche personali su massoneria, esoterismo, intelligence, P2, P4, Bisignani, Berlusconi, joga, buddhismo. Lui si sentiva "infiltrato dello Spirito Santo" nella Chiesa. Intendeva aiutare il Papa, che riteneva manipolabile e poco informato su alcune malefatte che avvengono in Vaticano. Ha raccolto documenti riservati, originali e fotocopie, fin dal 2006. Eppure nessuno nell'appartamento pontiifcio lo ha accusato. Anzi, gestiva i regali al Papa, godeva della fiducia del segretario particolare del Papa, mons. Georg Gaenswein, la sua scrivania era nella sua stanza, faceva fotocopie in quella stessa stanza, a volte scriveva lettere in italiano per suo conto, gli riferiva delle sue scoperte sulla gendarmeria. Un personaggio dalla psiche complessa, tanto che due esperti hanno condotto durante l'istruttoria perizie psichiatriche, che aveva quotidianamente accesso al capo della Chiesa cattolica mondiale. E parlava notoriamente con uscieri, funzionari vaticani, monsignori, cardinali. Anche, Die Welt è tornato a raccontarlo giovedì puntando il dito contro Ingrid Stampa e la moglie di Paolo Gabriele, con quello che era l'entoruage di Joseph Ratzinger prima che divenisse Papa. E forse suggestionato e influenzato da chi intendeva criticare il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Tanto che l'arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois ha approfittato del caso Vatileaks per criticare il principale collaboratore del Papa. E tanto che lo stesso Benedetto XVI ha consultato diversi cardinali dopo l'arresto del maggiordomo, con un gesto che ha confermato il sospetto di chi intravedeva nel caso Vatileaks un problema di governance vaticana.

TMNews

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