Esercizi spirituali. Card. Ravasi: non dobbiamo rendere così incolore, inodore, insapore, la nostra predicazione. Una predicazione che non artiglia mai le coscienze, che non è mai un indice anche puntato. Ricordando sempre che tutte le volte che puntiamo l’indice contro un altro, abbiamo tre altre dita contro di noi

L’amore fraterno esaltato nel Salterio esorta la comunità religiosa e l’umanità tutta a ritrovare l’unità e la carità, superando divisioni, dissidi, carrierismi, gelosie. Così il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura questa sera nella terza meditazione di questo penultimo giorno di Esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana. E’ il breve Salmo 133, inno alla gioia comunitaria, ad ispirare il porporato nell’ultima meditazione dedicata al Salterio: “Ecco quanto è buono e soave che i fratelli vivano insieme”. “Sant’Agostino commenta questo salmo e lo fa il motto ideale delle comunità religiose. Quindi idealmente dovrebbe essere anche un motto per la nostra comunità, la comunità che lavora nella Santa Sede”. Un’esortazione a ritrovare l’unità e la carità, superando quelle “realtà proprie delle creaturalità” che sono divisioni, dissidi, carrierismi, gelosie. “Benedetto XVI ci ha ricordato tante volte questo tema che tocca noi in maniera particolare. Queste parole - ‘divisione’, ‘dissidi’, ‘carrierismi’, ‘gelosie’ - sono parte dell’esperienza, del peso e della fatica dello stare insieme. Quante volte si sente persino - dobbiamo confessarlo - questo veleno di gelosia ed invidia che comincia ad introdursi nei confronti di un’altra persona. E anche quest’ultima, se sensibile, avverte di essere oggetto di tali sentimenti.”. Solo l’amore di Dio, rugiada di freschezza, può irrigare queste aridità. La carità – prosegue il card. Ravasi citando l’inno ad essa dedicato da san Paolo - genera tante altre virtù, tuttavia la logica del mondo non è donazione, ma possesso: è quella del denaro: "Senza denaro l’uomo si sente uno zero". Il porporato declina l’amore fraterno attraverso i numeri della simbologia biblica. Dalla spirale cieca di violenza e odio esemplificata dalla sete di vendetta di Lamek, discendente di Caino disposto a vendicarsi 77 volte del torto subito, all’estremo opposto del perdono cristiano. Gesù invita Pietro a perdonare fino a 70 volte 7 il fratello che pecca contro di lui. Dalla legge del taglione, giustizia distributiva dell’occhio per “occhio, dente per dente” al comandamento di Cristo “Ama il prossimo tuo come te stesso” che conduce al superamento della pura e semplice giustizia. “Il Signore è misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà. Conserva il suo amore per mille generazioni, perdonando la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, castigando la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli, fino alla terza e quarta generazione. Il perdono di Dio non ha confini”. Il card Ravasi non manca di citare quei Salmi che per la loro connotazione imprecatoria e violenta costituiscono una "pietra di inciampo" nella spiritualità del Salterio. In essi – spiega – sentiamo pulsare la storicità della Rivelazione: la Parola di Dio va interpretata, s’incarna adattandosi al limite e alle debolezze umane. Ciò nonostante il porporato invita a non confondere l’ira, vizio capitale da condannare, con la virtù dello sdegno verso il peccato, la menzogna e l’ingiustizia. Se certa predicazione del passato è stata eccessiva nella retorica dell’aggressione – continua - oggi rischiamo di edulcorare lo scuotimento che viene della Parola di Dio: “Non dobbiamo rendere così incolore, inodore, insapore, la nostra predicazione. Una predicazione che non artiglia mai le coscienze, che non è mai un indice anche puntato. Certo, ricordando sempre che tutte le volte che puntiamo l’indice contro un altro, abbiamo tre altre dita contro di noi”. Il card. Ravasi conclude le meditazioni sull’amore fraterno affidandosi all’immagine del Giordano “C’è un aforisma giudaico che penso possa essere una bella conclusione della nostra riflessione sulla carità, sull’amore. Dice: la Terra Santa è segnata da due laghi. il primo è quello di Tiberiade che riceve e dona acqua al Giordano. Il secondo, invece, riceve soltanto, accumula e nulla dà: per questo si chiama Mar Morto”.

Radio Vaticana

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