venerdì 22 febbraio 2013

Festa della Cattedra di San Pietro. Il Magistero di Benedetto XVI: nella debolezza degli uomini il Signore manifesta la sua forza, dimostra che è Lui stesso a costruire, mediante uomini deboli, la sua Chiesa

La Chiesa celebra oggi la festa della Cattedra di San Pietro. Una festa antica di secoli, che ha permesso di sviluppare una lunga dottrina sul ruolo e l’autorità del Pontefice. Anche il magistero di Benedetto XVI ha contribuito in questi anni ad arricchire tale riflessione, ora ulteriormente ampliata dalla sua scelta di rinunciare al ministero petrino. Consapevolezza. Lucida, profonda. Acquisita in un confronto quotidiano con le Scritture, lette, studiate, ruminate. Da ragazzo, seminarista, sacerdote, vescovo, Papa. Un confronto serrato, costante, con le pagine della verità divina, affrontato con l’umiltà dei Padri della Chiesa e un’analoga capacità di penetrazione. Chi è Pietro? Quante volte se lo sarà chiesto Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. E immaginiamo la risposta ricercata, con umiltà e tenacia, là dove Dio ha parlato agli uomini e suo Figlio al suo nuovo popolo. Là dove come cristiano, e poi come pastore, Joseph Ratzinger ha sempre voluto coltivare l’anima e l’intelligenza, nell’Antico e nel Nuovo Testamento: “Nel ministero di Pietro si rivela, da una parte, la debolezza di ciò che è proprio dell'uomo, ma insieme anche la forza di Dio: proprio nella debolezza degli uomini il Signore manifesta la sua forza; dimostra che è Lui stesso a costruire, mediante uomini deboli, la sua Chiesa” (29 giugno 2006).
Joseph Ratzinger-Benedetto XVI lo aveva sempre detto, pubblicamente. Mentre il mondo tenta di spiegarsi il mai visto strattonando le categorie a disposizione, quelle della ragione – atto politico, fuga dal complotto, impedimento sanitario, propensione caratteriale, dando ogni volta l’impressione di lambire appena il bordo di una verità che continua a sfuggire, se interpretata con quei criteri, nella sua portata complessiva – e mentre le comunità cristiane col passare dei giorni cercano di dilatare il cuore sul fatto che, al di là di mille analisi, vi è da rispettare non solo un confine della coscienza ma un’insondabile soglia dello Spirito, nulla come la decisione del Papa di rinunciare al ministero petrino sembra poter essere compresa e spiegata se non con le ragioni della fede. Quella stessa fede nutrita per decenni da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, che da sempre lo ha portato a dire, ripetutamente, che la Chiesa non è di Pietro, ma di Cristo, senza il quale il timoniere della barca sarebbe un marinaio perduto tra le tempeste della storia. Basta leggere il Vangelo, ha detto, è tutto scritto lì: c’è un mare agitato, un Pietro che non sa che fare e c’è Cristo che placa i venti: “Attraverso questa caduta Pietro – e con lui ogni suo Successore – deve imparare che la propria forza da sola non è sufficiente per edificare e guidare la Chiesa del Signore. Nessuno ci riesce soltanto da sé. Per quanto Pietro sembri capace e bravo – già nel primo momento della prova fallisce" (29 giugno 2006).
Joseph Ratzinger Benedetto XVI lo aveva sempre detto, pubblicamente. Pietro è la roccia perché è Cristo a renderlo granitico. Non è una dote umana acquisita con l’elezione al Soglio pontificio, ma è e resta un dono divino. Così, con la rinuncia è come se il Papa avesse ripulito dalle incrostature di due millenni il senso di un limite, per secoli nascosto dai velluti di un prestigio che ha finito per rendere, nella percezione comune, Pietro un capo di se stesso – e un onnipotente da se stesso – e non colui che è sempre stato: un uomo chiamato a seguire il suo unico capo, Gesù. Con pura, semplice, e soprattutto umile fede: “Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede. La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere” (19 febbraio 2012).
Nulla come la rinuncia di Benedetto XVI ha spiazzato e spazzato dall’orizzonte del Papato la categoria dell’esercizio del potere, nel modo in cui da Adamo l’uomo la intende. E ciò colpisce non tanto perché c’è di ammirevole in quel gesto il fatto di volersi fare da parte per lasciare campo a forze nuove, come ampiamente sottolineato dai commenti di questo periodo. C’è ben altro e anche questo Benedetto XVI l’aveva detto. Pietro presiede la Chiesa non se usa la politica, il denaro o l’influenza mediatica. Pietro presiede la Chiesa solo se adopera la moneta che ha corso legale nel regno del suo Dio, quella della carità: “Pertanto, ‘presiedere nella carità’ significa attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico - l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità e crea la comunione dalle molteplici differenze. Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo” (19 febbraio 2012).
Il ministero petrino è “primato dell’amore”. Nulla di più coerente avrebbe mai potuto affermare “un umile lavoratore nella Vigna del Signore”. Un teologo come pochi negli ultimi 50 anni, la cui intelligenza della vita cristiana, allenata dalla preghiera e dalla conoscenza della Bibbia, non gli ha mai fatto dimenticare, nemmeno nei giorni più dolorosi, che la Chiesa è un gregge che cammina, a cominciare da Pietro, dietro Cristo. E che Lui, e solo lui, la proteggerà sempre con la forza più grande di ogni forza: “È il potere del bene – della verità e dell'amore, che è più forte della morte. Sì, è vera la sua promessa: i poteri della morte, le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa che Egli ha edificato su Pietro e che Egli, proprio in questo modo, continua ad edificare personalmente” (29 giugno 2006).

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