sabato 17 gennaio 2009

Oggi la Giornata del dialogo ebraico-cristiano ma senza i rabbini. Che si dividono sul rapporto con la Chiesa

Una Giornata del dialogo ebraico-cristiano verrà celebrata oggi in tutta Italia senza gli ebrei. La singolare situazione si è venuta a creare quando la comunità ebraica ha dato forfait per protestare con la preghiera del Venerdì Santo, un'invocazione che, nonostante la riformulazione voluta dal Papa proprio per andare incontro alla sensibilità ebraica, è finita, invece, col riattizzare le tensioni. L'ultima fiammata di polemica è scaturita da un intervento del rabbino di Venezia pubblicato questa settimana dal mensile dei gesuiti Popoli. "E' vero, non sta agli ebrei insegnare ai cristiani come devono pregare o che cosa devono pensare, e nessuno fra gli ebrei o i rabbini italiani pretende di farlo", ha scritto Elia Enrico Richetti. "Ma è chiaro che dialogare vuol dire rispettare ognuno il diritto dell'altro ad essere se stesso, cogliere la possibilità di imparare qualcosa dalla sensibilità dell'altro, qualcosa che mi può arricchire". Poi l'affondo contro la recente affermazione di Papa Ratzinger circa l'impossibilità del dialogo interreligioso in senso stretto: "Stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant'anni di storia della Chiesa". Immediata, ma molto cauta, è stata la reazione della Chiesa Cattolica che - per bocca dei responsabili della CEI e del Vaticano per i rapporti con l'ebraismo, mons. Vincenzo Paglia e card. Walter Kasper - ha gettato acqua sul fuoco. Sulla stessa linea L'Osservatore Romano che, proprio ieri, ha spiegato che "Benedetto XVI nell'anno 2008 si è dedicato in modo particolare al dialogo con l'ebraismo, tanto più che si tratta per lui di una istanza del cuore".
Anche all'interno del collegio rabbinico - e, più in generale, della galassia ebraica italiana - le valutazioni sono in realtà le più disparate. Certo, unanime è stato il malumore nei confronti della preghiera del Venerdì Santo tornata in uso con il Messale preconciliare liberalizzato da Papa Joseph Ratzinger. Già Giovanni XXIII, nel 1959, aveva 'ammorbidito' la preghiera, eliminando il riferimento alla "perfidia" giudaica. Ma nella preghiera erano rimasti riferimenti all'"accecamento" e alle "tenebre" del popolo ebraico, che il Pontefice ha voluto depennare. La nuova formula di preghiera per gli ebrei, introdotta a febbraio dell'anno scorso, invoca comunque Dio perché "illumini" i cuori degli ebrei "perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini". Un auspicio considerato dagli ebrei indebito proselitismo, nonostante il Vaticano abbia spiegato che si tratta di una preghiera "escatologica" che esclude il proselitismo e affida a Dio il cuore dei 'fratelli maggiori'. Su questo sfondo, però, le analisi differiscono. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che il presidente dell'assemblea rabbinica, Giuseppe Laras, aveva usato toni meno duri del 'j'accuse' del rabbino di Venezia al momento di annunciare la sospensione della giornata ebraico-cristiana. E il rabbino di Roma Riccardo Di Segni si è sentito in dovere di intervenire, a sua volta, per puntualizzare che Benedetto XVI dà "un suo originale e determinante contributo" all'incontro ebraico-cristiano, "anche se le sue posizioni non sempre sono condivisibili dal nostro punto di vista". Lo stesso Di Segni parteciperà, questa sera, quando finisce lo shabbat, ad un incontro con il fondatore della "Comunità di Sant'Egidio" Andrea Riccardi che rappresenta forse l'unico appuntamento congiunto della giornata di domani.
E se sfaccettate sono le posizioni all'interno dell'ebraismo e del cattolicesimo, ancor più complesse sono le questioni che si intrecciano nel rapporto tra ebrei e cattolici: dalle difficoltà di ordine teologico emerse nella vicenda dela preghiera del Venerdì Santo alle questioni politiche come le recenti frizioni tra Israele e Vaticano sulla striscia di Gaza, dai nodi del passato (quale la beatificazione di Pio XII) e del presente (ad esempio, il pendente negoziato bilaterale sullo statuto giuridico e patrimoniale della Chiesa cattolica in Terra Santa).
"Per molti forse basti che una dichiarazione, sia pure la più inverosimile, sia attribuita ad un rabbino, perché pensino che debba esprimere la mente dell'intero mondo ebraico", commenta sul portale
www.terrasanta.it il francescano di origini ebraiche David M. Jaeger, figura-chiave nei negoziati bilaterali tra Santa Sede e governo israeliano. "La verità non potrebbe essere più diversa. L'ebraismo non ha una gerarchia, e i rabbini non sono né sacerdoti né, molto meno, vescovi, ma sono piuttosto periti e docenti della Torah e delle leggi religiose, autorevolissimi certo all'interno di questa sfera, ma quando si esprimono su altre materie, non manifestano che i loro giudizi personali, da rispettare certamente sempre, ma non da ritenere proclami che impegnano l'intera collettività, e meno ancora collettività diverse da quelle rispettivamente da loro servite". Oggi, comunque, nessun rabbino sarà presente agli incontri cattolici. E non perché è shabbat, giorno di inattività dell'ebraismo.