Ritorno a San Giovanni in Laterano. Martini e quell’idea di Chiesa. Via dal Vaticano, con un Papa di nuovo là dove egli è anzitutto il vescovo

Ritorno a San Giovanni, nel senso del Laterano. Qui molti vorrebbero tornasse ad abitare il Papa, qui dove ancora è la sua vera cattedra, qui dove egli è anzitutto vescovo di Roma prima che capo di stato. Un tema, quello del ritorno alle origini del papato, tornato di moda in questi tempi in cui la Chiesa, oppressa dalle colpe dei suoi membri (non soltanto la pedofilia del clero ma anche Vatileaks e le guerre intestine al Vaticano) cerca una nuova strada. Un tema, ancora, che la morte del card. Carlo Maria Martini, emerito di Milano, vescovo di popolo prima che d’istituzione (la base prima delle gerarchie, la collegialità prima del primato petrino, l’orizzontalità più che la verticalità) ha a suo modo ringalluzzito. Ma il primo a volere il gran ritorno non è un alfiere della Chiesa pauperistica, tantomeno del cattolicesimo cosiddetto del dissenso, è piuttosto un ratzingeriano doc pronto a entrare, nel mese di ottobre, nelle librerie italiane con un saggio su Bernadette Soubirous e la “verità storica” delle apparizioni di Lourdes. Roba, insomma, da far rabbrividire (o quanto meno sorridere) i discepoli di Martini, quelli che, come il defunto cardinale, credono più al Cristo della fede che al Gesù storico, alla fede che non necessita, anzi a tratti può addirittura arrivare ad aborrire, la miracolistica da santuari, l’afflato dei mistici, la fede tutta carne e corpo di Cristo. L’insospettabile è lo scrittore cattolico Vittorio Messori che dice: “Ben venga un ritorno a San Giovanni”. Spiega: “Beninteso, a me la Chiesa peccatrice piace, la Chiesa dove la maggioranza dei fedeli non è, perché non può esserlo, del tutto santa. E ho paura d’ogni richiamo alla purezza che non tenga conto che il peccato spinge l’uomo, ogni uomo, giù, negli abissi, rendendolo in qualsiasi momento capace d’ogni possibile malvagità. La Chiesa dove gli uomini tendono alla santità pur restando dei potenziali assassini. Ma nello stesso tempo penso che un ritorno a San Giovanni sì, sia un tema. E lo sia da tempo, almeno dall’elezione di Albino Luciani”. Giovanni Paolo I, Pontefice di popolo, spinge il Vaticano a ripensare se stesso? “Ma va – dice –. Che c’entra?”. E allora? “Quando venne eletto Luciani capii che il Vaticano era finito”. Prego? “Mi chiamò Valerio Volpini, allora direttore de L’Osservatore Romano, e mi raccontò un episodio appena capitatogli che mi lasciò senza fiato. E pensai: a tal punto s’è ridotto il Vaticano, l’istituzione che tutto il mondo invidiava per la sua diplomazia, governance, tatto e praticità?”. Che successe? “Volpini era un esperto latinista. Mi disse, sconvolto, che la notte dell’elezione di Luciani dovette stracciare la prima edizione de L’Osservatore già data alle stampe. Stracciarla e farne una tutta nuova. I suoi giornalisti, infatti, sbagliarono clamorosamente il titolo d’apertura. Al posto di scrivere ‘Qui sibi nomen imposuit…’ scrissero a tutta pagina ‘nominem’, dimenticando che ‘nomen, nominis’ è termine neutro e all’accusativo resta ‘nomen’”. Un errore veniale? “Un errore madornale, peccato mortale altro che veniale, che diceva già allora dell’incompetenza che serpeggiava in Vaticano. Un’incompetenza che ha investito oggi diversi settori. Cosa dice in fondo tutto l’affair denominato Vatileaks? Che ci sono troppe persone inadeguate in posti nei quali non dovrebbero stare. Un tempo le diocesi mandavano i propri migliori sacerdoti a lavorare in Vaticano. E anche i pochi laici venivano scelti con giudizio. I seminari straboccavano di candidati al sacerdozio e da ogni nidiata veniva scelto il migliore e lo si spediva a Roma. Era anche un modo con cui i vescovi si facevano belli con cardinali e Papi. Oggi non è più possibile. Oggi i seminari sono vuoti. A Torino, per esempio, l’anno scorso sono stati ordinati due, dico due, preti dei quali uno nemmeno cresciuto in diocesi. Mentre a Milano si parla di chiudere Venegono, lo storico seminario ambrosiano. Certo, preti scelti come erano quelli di decenni fa non ce ne possono più essere. Ma questa mancanza, questa deficienza, seppure data dai tempi e non da colpe particolari della Chiesa, obbliga la stessa chiesa a un ripensamento che ancora non è avvenuto. Questa carenza numerica, insomma, incide anche sulla qualità di coloro che lavorano in Vaticano. Ecco perché il ritorno a San Giovanni avrebbe un senso. Perché sarebbe un ridimensionamento legittimo. E’ una questione di realismo: la Chiesa di Pio XI e di Pio XII, la Chiesa delle grandi masse popolari, non esiste più. La Spagna cattolica, l’Austria cattolica, il Québec cattolico, dove sono finiti? Spariti, volatilizzati. Un Vaticano tutto ‘ministeri’ e personale addetto non ha nessun senso. Non c’è nessun bisogno di tutta questa burocrazia, di tutti questi uffici, di tutta questa manovalanza. Meglio il ritorno al Laterano, il ridimensionamento. Occorrerebbe in questo senso guardare di più al card. John Henry Newman. Egli pensava che alle virtù cardinali occorresse aggiungerne due: l’humor e il realismo. Humor e realismo potrebbero convincere chi di dovere che il tempo è maturo: tutti al Laterano”. Il Papa capo della Chiesa, dunque, ma anzitutto vescovo di Roma, anche se non italiano. Anche perché, tra l’altro, chi pensava valesse soltanto l’esatto contrario, chi pensava che cioè il vescovo di Roma dovesse essere per forza di cose solo e soltanto un italiano, si è contraddetto alla prova dei fatti. Il card. Stefan Wyszynski, primate polacco, disse in occasione del primo conclave del 1978: “Personalmente ritengo che il vescovo di Roma, e quindi il primate d’Italia, può essere solamente un italiano. Ciò è conforme al diritto naturale”. Ma nelle settimane successive, dopo la morte di Luciani, lavorò strenuamente per la nomina di un non italiano, appunto Karol Wojtyla. E poi Joseph Ratzinger. Gli chiesero prima dell’elezione di Wojtyla se ritenesse che, dopo Paolo VI, sarebbe stato eletto un Papa non italiano. Rispose: “Diciamo che in linea di massima potrebbe accadere. In passato è già avvenuto. Personalmente non sarei molto a favore”, perché “occorre ricordare che il Papa è il vescovo di Roma. Egli non riveste soltanto una carica al di sopra di altre cariche, ma è il vescovo di una Chiesa locale, in questo caso quella di Roma. Nella sua veste di vescovo di Roma, è contemporaneamente responsabile per la Chiesa nel mondo. A mio avviso è necessario ribadire questa impronta locale della carica papale. Vale a dire: egli è prima di tutto vescovo di una città, e questo va ribadito”. Già, egli è anzitutto vescovo locale, di Roma, e può esserlo anche se tedesco, come la sua elezione al Soglio di Pietro dimostra. Non è necessario essere giornalisti per lanciare l’idea di un ritorno al Laterano e non rischiare d’incappare in scomuniche dall’ex Sant’Uffizio. Anche un teologo domenicano di fama mondiale fece la medesima operazione nel 1982 e sostanzialmente nessuno lo contestò. L’idea di padre Jean-Marie Tillard, infatti, figura chiave del cattolicesimo nel dialogo tra le diverse confessioni cristiane, è, secondo quanto scrisse nel fortunato saggio “Il vescovo di Roma”, una: la messa in discussione del primato giuridico del Papa, ostacolo principale per la riconciliazione tra le Chiese separate. Il suo modello ecumenico è l’autonomia di giurisdizione delle Chiese locali, riunite da relazioni privilegiate con il vescovo di Roma. Il suo, insomma, non è un semplice ritorno ai tempi dei Papi residenti al Laterano. E’ di più, è un ritorno che scavalca il primato, un ritorno che insiste sull’essere vescovo di Roma del Papa più che sul suo essere capo della Chiesa in quanto “monarca” del Vaticano. Il ritorno a una Chiesa “meno istituzione” è un tema che Martini ha fatto più volte proprio. E che nei giorni della sua morte è tornato attuale. Del resto, ne ha parlato sostanzialmente lui stesso nell’intervista che ha rilasciato a Federica Radice Fossati e al gesuita padre Georg Sporschill dedicata al futuro della Chiesa Cattolica. Un’intervista pubblicata postuma dal Corriere della Sera col titolo: “Chiesa indietro di 200 anni”. Martini ricorda Karl Rahner che “usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere”. E aggiunge: “Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque”. Dodici persone fuori dalle righe. Dodici e non di più. Qui, più che un ritorno a San Giovanni, c’è un ritorno agli apostoli, ai tempi evangelici, come se la Chiesa attuale non sapesse più essere quella di un tempo. E’ forse questo desiderio di purezza che anche il mondo cosiddetto laico apprezza in Martini.Una purezza ipotizzata, ad esempio, da Franco Battiato, che ha detto a un giornalista de Il Fatto Quotidiano nelle ore seguenti il trapasso di Martini: “Prenda le esequie del cardinal Martini. Ratzinger, in un momento simile, sarebbe dovuto andare a Milano a piedi”. Perché? Perché Martini, nell’idea di Battiato, è l’immagine della purezza, del cattolicesimo inteso come biancore abbagliante. Dice in proposito Messori: “Qui faccio un passo indietro. Questa purezza è un mito e come tale non può esistere. Come mitologica è l’immagine che in molti si sono fatti del card. Martini. Egli non voleva un ritorno a San Giovanni – continuiamo pure a chiamarlo così – contro il Vaticano o il primato di Pietro. Egli voleva un ritorno a San Giovanni nel senso di un ritorno a una fede senza storia. Una fede in Cristo e non in Gesù storico. Credere in Gesù significa credere nella Chiesa, anche nell’istituzione come necessaria. Ma lui, come molti biblisti avvezzi a scandagliare col metodo storico critico la scrittura fino ad arrendersi all’evidenza che il testo sacro può essere tagliuzzato in mille modi e portare anche a ritenere che Gesù non è mai esistito, in fondo non credeva. Almeno questa è la convinzione che mi sono fatta da decine di incontri che ho avuto con lui. O meglio, egli credeva al Cristo della fede ma non a Gesù come persona realmente esistita. Per lui il Cristo dei vangeli non era assolutamente il Cristo reale. In questo senso egli è stato eroico. Ha vissuto una vita esemplare senza credere nella persona di Gesù. E, infatti, quando divenne biblista e iniziò a studiare, voleva lasciare la Compagnia di Gesù. Voleva fare un passo indietro tanto fu lo scandalo che il suo cuore subì. Come Martini la pensavano anche Karl Barth e Rudolf Karl Bultmann. Ma più che a loro, quando penso a Martini mi viene in mente il teologo luterano tedesco Albert Schweitzer. Questi, nell’impossibilità di ricostruire storicamente e in modo compiuto la vita di Gesù, fece una scelta di vita puramente etica che lo condurrà a recarsi come missionario in Africa, dove si dedicherà al lebbrosario di Lambaréné. Una vita dedicata a Gesù quale modello di eticità più che una vita spesa per Gesù in quanto Figlio di Dio realmente esistito. Una scelta opinabile ma comunque senz’altro eroica”. Non solo per Martini, ma per molti insieme a lui la Chiesa è vecchia e stanca, logora anche nei suoi paramenti. A quando un ritorno all’essenziale? Pietro De Marco, docente all’Università di Firenze e alla facoltà teologica dell’Italia centrale, scrive in una nota pubblicata sull’Occidentale e poi in forma più sintetica su Chiesa.it, che “l’idea delle dodici persone al governo della Chiesa, vicine ai poveri e circondate da giovani, ‘in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque’, sa di utopismo visionario. La letteratura del Novecento europeo (penso al ‘Maximin’ di Stefan George) è ricca di giovani che aprono la storia ‘nuova’ col passo leggero e lo sguardo puro di chi non è gravato di passato. Ma nella vitalità di una tradizione religiosa non è la condizione giovane come tale che conta. Giovanni Battista non è profeta perché giovane”.Che sia utopismo visionario o che non lo sia, un dato è certo. Palazzo e basilica del Laterano sono pronti. I segni dei tempi che furono sono rimasti intatti. C’è ancora l’antica incisione lungo l’architrave del nobile portico che indica la basilica come “Madre di tutte le chiese”. Basilica anteposta anche alla Basilica di San Pietro, così ancora oggi, nonostante dopo il ritorno dei Papi da Avignone abbia perso la sua importanza. Sulla balaustra della facciata le statue raffigurano il Cristo, i Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista e i dottori della Chiesa. All’interno la pianta è a croce latina con cinque navate. Il soffitto è sontuoso, e alle pareti si schierano i profeti, i santi e gli apostoli voluti dal Borromini, ma eseguiti nel XVIII secolo dai suoi seguaci. Ricchissima di opere, affreschi, sculture e sepolcri, questa basilica è un autentico tesoro per l’architettura italiana. E pure per il Vaticano. Non è un mistero per nessuno che Giovanni XXIII pensasse di tornare in Laterano, non definitivamente, ma almeno per qualche giorno durante l’anno. Per lui era un modo per ridare importanza alla cattedra papale. Ma insieme, chissà, anche un modo per ridimensionare l’enorme struttura vaticana. Dopo di lui Paolo VI, che molto insistette sul ruolo del Papa come vescovo di Roma, chiedendo alla diocesi di Roma di “non intraprendere alcunché di importante prima di averlo riferito a noi”. Paolo VI teneva molto al Laterano, Basilica e palazzo. In un discorso del 1975 ricordò quando era piccolo e vide per la prima volta il palazzo decadente e disabitato. Disse: “Io mi ricordo che la prima volta che venni a Roma (avevo otto anni e mezzo) si fece con la mia famiglia una escursione fino a San Giovanni in Laterano; ricordo ancora benissimo il senso di desolazione che mi sorprese in quella grande casa, tetra, chiusa, abbandonata d’intorno… e mi dissero: questa è la ‘Mater et caput…’ Ricordo poi tutte le volte che, venuto a Roma, giovane studente, appena detta la santa messa, avevo occasione di passare davanti a quell’edificio, bello ma cadente: lo si vedeva dalle finestre e dalle porte chiuse, dall’impossibilità d’entrare. Ricordo il senso di disagio che mi metteva la stessa basilica di San Giovanni: la sera era come penetrare in una caverna, senza luce; cinque navate buie e paurose a chi osava inoltrarsi. E sempre, fino da allora, i ragazzi e i giovani sognano: da qui bisogna ridare vita alla chiesa romana”. E non solo a quella, pensano oggi in molti. Ma anche alla chiesa nel suo insieme.

Paolo Rodari, Il Foglio

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