lunedì 9 gennaio 2012

Su Twitter arriva l'omelia-lampo, l'idea rivoluzionaria di un vescovo francese. Le prediche e la funzione comunicativa della Chiesa

L’idea di collegare l’omelia al mondo di Twitter e farla circolare via web l’ha avuta un vescovo francese, Hervé Giraud, ma è subito stata adottata da altri vescovi d’Oltralpe e persino da uno dei più illustri cardinali di Curia, Gianfranco Ravasi, biblista, grande oratore ma, soprattutto, veterano dei social network. "Ecco le twittomelie" ha cinguettato ieri Ravasi scatenando l’entusiasmo di moltissimi "followers" che hanno subito colto le potenzialità di questa novità. Prediche brevi, rapide e concise al posto di sermoni interminabili. Del resto Ravasi ministro della Cultura e, di recente, promotore di un incontro internazionale in Vaticano dei blogger cattolici non poteva non apprezzare e valorizzare l’intuizione di mons. Giraud. Già durante una conferenza organizzata dal Centro di San Luigi dei Francesi a Roma ebbe modo di sollevare il grande problema della comunicazione. Questione non da poco se la Chiesa vuole raggiungere i giovani. Per questo aveva invitato i predicatori a tener conto dei nuovi linguaggi per captare l’attenzione di un vasto uditorio. Aveva inoltre detto chiaro e tondo che troppe omelie erano inodori e incolori, insomma, talmente sciape da causare solo noia all’assemblea. "Rischiano di diventare parole insignificanti". L’esatto opposto della funzione che dovrebbe invece avere una predica: stimolare, catturare l’attenzione, fare riflettere. Eppure nei seminari ai futuri parroci viene raccomandato dai docenti di omiletica che quando si predica i primi cinque minuti sono per Dio, i secondi cinque per l’assemblea dei fedeli e tutto il resto del diavolo. Come a dire che occorre essere sintetici ed andare dritti al punto. Esattamente quello che già una ventina d’anni fa suggeriva il card. Oddi ai suoi preti. "Non annoiate il prossimo, altrimenti fate peccato". Il problema, come si evince, non è roba di ieri anche se ultimamente, con l’avvento dei social network si è enormemente acuito. Famiglia Cristiana un paio d’anni fa aveva affidato al teologo, padre Sirboni, un commento: "Ma i nostri parroci sanno predicare?". A giudicare dal fiume di lettere che puntualmente arrivavano in redazione sembrava proprio di no. La funzione comunicativa della Chiesa delle origini fu riconosciuta con la celebrazione della Pentecoste. Da quel momento la diffusione del cristianesimo è stata affidata alla testimonianza e alla capacità di predicare di laici e consacrati. La Chiesa si è poi affidata anche a ordini predicatori specializzati come i domenicani, i cappuccini, i gesuiti. Ma un conto era predicare cento anni fa, quando non c’erano la televisione e Internet, e un conto è farlo oggi dove il bombardamento mediatico abbassa la soglia d’attenzione degli ascoltatori. Un prete veronese, don Mario Masina ha messo on-line un manuale per consigliare cosa non fare. Vietato essere ripetitivi e banali, soprattutto vietato andare per le lunghe. "Il buon senso suggerisce che in condizione di normale assemblea domenicale, non si debba andare oltre i dieci minuti. Se meno, meglio ancora". Nel decalogo che ha stilato si intuisce l’approccio mediatico. Occorre curare l’attacco e la chiusura della predica, variare i codici (esegetico, spirituale, di impegno sociale, liturgico), curare le pause, fare attenzione al tono e presentarsi con un sorriso. Infine, un pizzico di umiltà, non guasta. In ogni caso la twittomelia non potrà che far piacere al Papa. Quest’anno aprirà l’Anno della fede e tra le decine di iniziative che bollono in pentola ci sono anche studi appositi sulle prediche. Per far sì che siano meno barbose s’intende.

Franca Giansoldati, Il Messaggero.it
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