venerdì 14 settembre 2012

Esortazione Apostolica 'Ecclesia in Medio Oriente' (1). Comunione, ecumenismo, dialogo con ebrei e musulmani, libertà religiosa e esodo dei cristiani

L’Esortazione Apostolica post-sinodale “Ecclesia in Medio Oriente” è il risultato dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi, tenuta a Roma dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema “La Chiesa in Medio Oriente: comunione e testimonianza”. Il documento, firmato da Benedetto XVI, oggi ad Harissa, primo atto del suo viaggio apostolico in Libano, tratta della Chiesa in Medio Oriente sotto l’aspetto della comunione e della testimonianza. Esso è diviso in tre parti: la prima, "Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere" (1 Ts 1, 2), situa il tema sinodale nel “complesso” contesto sociale ed ecclesiale del Medio Oriente; la seconda, "la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola" (At 4, 32)", tratta della comunione all’interno della Chiesa Cattolica, mentre la terza, "Noi annunciamo...Cristo crocifisso...potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor 1, 23-24), fornisce “idee portanti” per una ripresa dell’evangelizzazione nella Terra Santa.
Dopo aver fatto cenno, nell’Introduzione, al contesto mediorientale, e ricordato i quattro pilastri su cui si fondava la prima comunità di Gerusalemme, ovvero l’insegnamento degli Apostoli, il servizio della carità, la frazione del pane e la preghiera personale e comunitaria, nella prima parte del documento Benedetto scrive subito che la comunione “è un dono di Dio che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta”. E aggiunge: “È proprio a motivo della sua origine divina che la comunione ha una portata universale”. Per i cristiani la comunione è “un imperativo”, ma – scrive il Papa – “non rimane meno aperta ai nostri fratelli giudei e musulmani, e a tutte le persone, che anch’esse, in forme diverse, sono ordinate al Popolo di Dio”.Il Medioriente è una terra che ha bisogno di unità. E la prima responsabilità è quella dei credenti, la cui unità “si nutre” dell’annuncio della Parola, della carità, dell’Eucarestia e della preghiera personale e comunitaria. “Come è triste – scrive il Papa – vedere questa terra benedetta soffrire nei suoi figli che si sbranano tra loro con accanimento, e muoiono!”. C’è bisogno di pace, una pace “così desiderabile che è diventata un saluto in Medioriente”. “La pace – scrive il Papa - non è solamente un patto o un trattato che favorisce una vita tranquilla, e la sua definizione non può essere ridotta alla semplice assenza di guerra. La pace significa secondo la sua etimologia ebraica: essere completo, essere intatto, compiere una cosa per ristabilire l’integrità”. Ma, aggiunge il Papa, “il cristiano sa che la politica terrena della pace non sarà efficace se la giustizia in Dio e tra gli uomini non ne è l’autentica base, e se questa stessa giustizia non lotta contro il peccato che è all’origine della divisione. Perciò la Chiesa desidera superare tutte le distinzioni di razza, di sesso e di livello sociale sapendo che tutti non sono che uno in Cristo, il quale è tutto in tutti”. Non fa riferimenti precisi, Benedetto XVI, perché “le posizioni della Santa Sede sui differenti conflitti che affliggono la Regione e quella sullo Statuto di Gerusalemme e sui Luoghi Santi sono largamente conosciute”. Sull’ecumenismo l’Esortazione ribadisce l’insegnamento del Concilio Vaticano II mettendo in risalto l’importanza dell’“ecumenismo spirituale”, fondato sulla fede che si nutre della preghiera e della conversione. Il consolidamento della comunione nella Chiesa Cattolica la aprirà a praticare maggiormente l’ecumenismo spirituale “nelle parrocchie, nei monasteri e nei conventi, nelle istituzioni scolastiche ed universitarie, e nei seminari” e a parlare “con una sola voce sulle grandi questioni morali a proposito della famiglia, della sessualità, della bioetica, della libertà, della giustizia e della pace”. L’Esortazione chiede anche la promozione di una pastorale ecumenica d’insieme “per regolare i matrimoni tra fedeli cattolici e ortodossi”, per trovare accordi “per una traduzione comune del Padre Nostro”, per promuovere lo studio delle diverse tradizioni spirituali, per implementare la collaborazione nel campo della carità e dei valori della vita umana, della giustizia e della pace. In Medio Oriente, inoltre, si impone il dialogo con gli ebrei e i musulmani. Dal testo emerge che tra i cristiani e gli ebrei esistono numerosi legami. Purtroppo nella storia i rapporti tra le due comunità sono stati segnati da incomprensioni e diffidenze reciproche, inescusabili e condannabili le persecuzioni”. Questo legame deve aprire i fedeli delle due religioni “a una nuova responsabilità gli uni per gli altri, gli uni con gli altri”: "Possano gli ebrei, i cristiani e i musulmani - scrive Benedetto XVI - riscoprire uno dei desideri divini, quello dell'unità e dell'armonia della famiglia umana. Possano gli ebrei, i cristiani e i musulmani scorgere nell'altro credente un fratello da rispettare e da amare per dare in primo luogo sulle loro terre la bella testimonianza della serenità e della convivialità tra figli di Abramo''. Con gli ebrei, dice il Papa, sono state “innumerevoli e reiterate le incomprensioni e le diffidenze reciproche”. E poi, sono “inescusabili e altamente condannabili le persecuzioni insidiose o violente del passato”. E nonostante “queste tristi situazioni”, le due religioni si sono così reciprocamente influenzate da contribuire “alla nascita e alla fioritura di una civiltà e di una cultura chiamata comunemente giudeo-cristiana”, come “se questi due mondi che si dicono differenti o contrari per diversi motivi avessero deciso di unirsi per offrire all’umanità un nobile legame”. Un legame “che unisce mentre separa”, poiché i due popoli “hanno ricevuto la stessa benedizione e promesse d’eternità” che permettono di avanzare con fiducia verso la fraternità”. Circa il rapporto tra cristiani e musulmani l’Esortazione ribadisce che esso è regolato dall’insegnamento del Concilio Vaticano II: quando Islam e cristianesimo si sono incontrati, spesso ci si è basati sulla controversia dottrinale, differenze che “sono servite come preteste agli uni e agli altri per giustificare, in nome della religione, pratiche di intolleranza, di discriminazione di emarginazione e persecuzione”. Ma musulmani e cristiani condividono la stessa vita quotidiana in Medio Oriente, lì dove la presenza dei cristiani, ci tiene a sottolineare il Papa, non è accidentale né nuova, ma storica. E lì i cristiani “si sono lasciati interpellare dalla religiosità dei musulmani, ed hanno proseguito, secondo i propri mezzi e nella misura del possibile, a vivere e promuovere i valori evangelici nella cultura circostante. Il risultato è una particolare simbiosi”. In fondo, la cultura mediorientale si può avvalere dei contributi ebraico, cristiano e musulmano. "I cattolici del Medio Oriente, che in maggior parte sono cittadini nativi del loro paese, hanno il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita della nazione, lavorando alla costruzione della loro patria. Devono godere di piena cittadinanza e non essere trattati come cittadini o credenti inferiori". ''Come in passato - ha ricordato -, quando, pionieri della rinascita araba, erano parte integrante della vita culturale, economica e scientifica delle varie civilta' della regione, desiderano oggi, ancora e sempre, condividere le loro esperienze con i musulmani, fornendo il loro specifico contributo". "E' a motivo di Gesù che i cristiani sono sensibili alla dignità della persona umana e alla libertà religiosa che ne consegue", scrive Benedetto XVI. ''I cristiani - prosegue Papa Ratzinger - riservano particolare attenzione ai diritti fondamentali della persona umana. Affermare tuttavia che questi diritti non sono che diritti cristiani dell'uomo non è giusto. Sono semplicemente diritti connessi alla dignità di ogni persona umana e di ogni cittadino, a prescindere dalle origini, dalle convinzioni religiose e dalle scelte politiche''. Culmine di tutte le libertà è la libertà religiosa, un diritto “sacro e inalienabile”, che comporta sia “la libertà individuale e collettiva di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto”, che include “la libertà di scegliere la religione che si crede essere vera e di manifestare pubblicamente la propria credenza”. Il Papa chiede che si possa manifestare la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la libertà personale, ricorda che “la libertà religiosa è radicata nella dignità della persona, garantisce la libertà morale e favorisce il rispetto reciproco”. E a questo tema, il Papa sensibilizza anche gli ebrei, che “hanno sofferto a lungo ostilità spesso letali” e che “non possono dimenticare i benefici della libertà religiosa”; e i musulmani, che “condividono con i cristiani la convinzione che in materia religiosa nessuna costrizione è consentita, tanto meno con la forza”. Una costrizione che può assumere diverse e insidiose forme sul piano personale e sociale,culturale, amministrativo e politico,e che “è contraria alla volontà di Dio”, perché “è una fonte di strumentalizzazione politico-religiosa, di discriminazione e di violenza che può condurre alla morte. Dio vuole la vita, non la morte. Egli proibisce l’omicidio, anche quello dell’omicida”. ''La tolleranza religiosa esiste in diversi paesi, ma essa non impegna molto perchè rimane limitata nel suo raggio di azione. E' necessario passare dalla tolleranza alla libertà religiosa. Questo passaggio non è una porta aperta al relativismo, come alcuni affermano. Questo passo da compiere - prosegue il Pontefice - non è una crepa aperta nella fede religiosa, ma una riconsiderazione del rapporto antropologico con la religione e con Dio. Non è una violazione delle verità fondanti della fede, perché, nonostante le divergenze umane e religiose, un raggio di verità illumina tutti gli uomini”. Tutta l’attività diplomatica della Santa Sede sotto Benedetto XVI si è sviluppata sul concetto di verità. Una verità che “si può sviluppare soltanto nella relazione con l’altro che apre a Dio, il quale vuole esprimere la propria alterità attraverso e nei miei fratelli umani”. “Non è opportuno affermare in maniera esclusiva: 'io possiedo la verità'. La verità non è possesso di alcuno, ma è sempre un dono che ci chiama a un cammino di assimilazione sempre più profonda alla verità. La verità può essere conosciuta e vissuta solo nella libertà, perciò all’altro non possiamo imporre la verità; solo nell’incontro di amore la verità si dischiude”. "Possa questa regione mostrare che vivere insieme non è un'utopia e che la diffi denza e il pregiudizio non sono una fatalità. Le religioni possono mettersi insieme per servire il bene comune e contribuire allo sviluppo di ogni persona e alla edificazione della società", scrive ancora il Papa. Il dialogo è vissuto ogni giorno in Medioriente. Si viveva quasi naturalmente il dialogo con l’Islam, si vive – da tempi più recenti – il dialogo ebraico-cristiano, e intanto intellettuali, teologi delle tre grandi religione aprono tavoli insieme, fanno incontri e ricerche varie “che occorre favorire”. "Come il resto del mondo, il Medio Oriente conosce due realtà opposte: la laicità, con le sue forme talvolta estreme, e il fondamentalismo violento che rivendica un'origine religiosa". “È con grande sospetto che alcuni responsabili politici e religiosi medio-orientali, di tutte le comunità, considerano la laicità come atea o immorale”. Ma se nella sua forme estrema la laicità, “diventata secolarismo, nega al cittadino l’espressione pubblica della sua religione e pretende che solo lo Stato possa legiferare sulla sua forma pubblica”, esiste anche una “sana laicità”, che, "al contrario, significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire la politica con gli apporti della religione, mantenendo la necessaria distanza, la chiara distinzione e l'indispensabile collaborazione tra le due. Nessuna società può svilupparsi in maniera sana senza affermare il reciproco rispetto tra politica e religione, evitando la tentazione costante della commistione o dell'opposizione". Una laicità sana, dice il Papa, “garantisce alla politica di operare senza strumentalizzare la religione, e alla religione di vivere liberamente senza appesantirsi con la politica dettata dall’interesse, e qualche volta poco conforme, o addirittura contraria, alle credenze religiose”. "Le incertezze economico-politiche, l'abilità manipolatrice di certuni ed una comprensione insufficiente della religione, tra l'altro, costituiscono la base del fondamentalismo religioso. Quest'ultimo affligge tutte le comunità religiose, e rifiuta il vivere insieme secolare. Esso vuole prendere il potere, a volte con violenza, sulla coscienza di ciascuno e sulla religione per ragioni politiche". "Lancio un accorato appello a tutti i responsabili religiosi ebrei, cristiani e musulmani della regione - scrive Benedetto XVI - affinché cerchino col loro esempio e il loro insegnamento di adoperarsi in ogni modo al fine di sradicare questa minaccia che tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni". E l’attenzione va anche verso l’Esodo dei cristiani, perché la regione “senza o con pochi cristiani non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione. Gli uni sono responsabili degli altri davanti a Dio”. Il Papa chiede di evitare “una politica o una strategia che privilegi una sola comunità e che tenderebbe verso un Medio Oriente monocromo che non rifletterebbe per niente la sua ricca realtà umana e storica”. “Per necessità, stanchezza o disperazione – scrive il Papa dei cattolici nativi del Medio Oriente si decidono per la scelta drammatica di lasciare la terra dei loro antenati, la loro famiglia e la loro comunità di fede, altri, al contrario pieni di speranza, fanno la scelta di restare nel loro paese e nella loro comunità. Li incoraggio a consolidare questa bella fedeltà ed a rimanere saldi nella fede”. Ma c’è un problema inverso, e riguarda i pastori delle Chiese latine, che “devono gestire l’arrivo massiccio e la presenza nei paesi ad economia forte della regione di lavoratori di ogni sorta provenienti dall’Africa, dall’Estremo Oriente e dal subcontinente indiano. Queste popolazioni costituite da uomini e donne spesso soli o da intere famiglie, affrontano una doppia precarietà. Sono stranieri nel paese dove lavorano, e sperimentano troppo spesso delle situazioni di discriminazione e d’ingiustizia”.

Asca, SIR, Korazym.org
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