mercoledì 18 aprile 2012

VII anniversario dell'Elezione di Benedetto XVI. Due giorni prima del conclave il card. Ratzinger disse a un confratello: vi prego, non pensate a me

Vaticano, 16 aprile 2005. Sono da poco passate le 13 e nell’Aula del Sinodo è appena terminata la Congregazione generale che i cardinali tengono ogni giorno durante il periodo della Sede Vacante. Mancano solo 48 ore all’inizio del conclave che eleggerà il successore di Giovanni Paolo II. Quel giorno è anche il 78esimo compleanno di Joseph Ratzinger. Terminata la Congregazione generale, il cardinale bavarese lascia l’edificio per raggiungere il palazzo dell’ex Sant’Uffizio dove ha sede la Congregazione per la Dottrina della Fede da lui guidata dal 1981. Lo aspetta una colazione con i suoi più stretti collaboratori che lo attendono per festeggiarlo. Ma sul suo breve cammino Ratzinger incontra un confratello e amico di lunga data. Ed è lui a rivolgergli una domanda importante: "Eminenza, ma lei mica ci farà qualche scherzo?". A cosa si riferiva quel cardinale? "Nelle Congregazioni generali - spiega il porporato - erano state sondate numerose candidature: i papabili erano tanti e tutti di altissimo profilo. Ma alla fine una solida maggioranza era nata spontaneamente attorno alla figura del card. Ratzinger. Lui, schivo e con il suo tratto delicato, faceva di tutto per non essere al centro dell’attenzione". Ma cosa rispose il cardinale bavarese al confratello? "Ratzinger si fece scuro in volto e mi sembrò molto turbato e poi disse: Eminenza, non pensate a me. Vi prego, non pensate a me". Il confratello tenne nel suo cuore questa risposta e non la comunicò agli altri cardinali che avevano già scelto di votare per Ratzinger. Due giorni dopo, nella Basilica di san Pietro, fu proprio il cardinale bavarese, in qualità di decano del Sacro Collegio, a presiedere la Messa "pro eligendo Romano Pontifice". È in quella occasione che Joseph Ratzinger tenne la famosa omelia sul relativismo. "Quanti venti di dottrina - affermò il porporato - abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno - sostenne - nascono nuove sette e si realizza quanto dice san Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo - concluse il card. Ratzinger - una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie". Per gli osservatori vaticani questo passaggio dell’omelia sarebbe stato determinante per la non elezione di Joseph Ratzinger alla Cattedra di Pietro. Ma così non fu. L’indomani, il 19 aprile 2005, alla quarta votazione, il 78enne porporato bavarese fu eletto Papa. "Quando il card. Angelo Sodano, in qualità di vice decano del Sacro Collegio, si avvicinò a Ratzinger, subito dopo il quarto scrutinio e ovviamente prima che bruciassimo le schede, per chiedergli con la formula latina prevista se avesse accettato l’elezione ebbi molta paura", confida il porporato che appena tre giorni prima aveva chiesto al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede se avesse accettato il suffragio dei porporati elettori. "Temevo - prosegue il cardinale - che avrebbe rifiutato. E invece rimasi sorpreso: non perché accettò, ma per la serenità con la quale si espresse, annunciandoci e subito dopo spiegandoci la scelta del nome Benedetto. Appena lo vidi uscire vestito di bianco dalla stanza della lacrime, che si trova sul lato sinistro guardando l’altare della Cappella Sistina, rimasi stupito: sembrava fosse stato Papa da sempre. Prima che ognuno di noi si avvicinasse a lui per baciargli la mano e così fargli atto di obbedienza, volle rivolgerci alcune parole e affidarsi alle nostre preghiere". Successivamente, fu lo stesso Benedetto XVI a raccontare quei momenti: "Quando, lentamente, l’andamento delle votazioni mi ha fatto capire che, per così dire, la scure sarebbe caduta su di me la mia testa ha incominciato a girare. Ero convinto - prosegue il Papa - di aver svolto l’opera di tutta una vita e di poter sperare di finire i miei giorni in tranquillità. Con profonda convinzione ho detto al Signore: non farmi questo! Disponi di persone più giovani e migliori, che possono affrontare questo grande compito con tutt’altro slancio e tutt’altra forza. Allora sono rimasto molto toccato da una breve lettera scrittami da un confratello del collegio cardinalizio. Mi ha ricordato che in occasione della Messa per Giovanni Paolo II avevo incentrato l’omelia, partendo dal Vangelo, sulla parola che il Signore disse a Pietro presso il lago di Genesaret: seguimi! Avevo spiegato - ricorda ancora Benedetto XVI - come Karol Wojtyla aveva sempre ricevuto di nuovo questa chiamata dal Signore, e come sempre di nuovo aveva dovuto rinunciare a molto e dire semplicemente: sì, ti seguo, anche se mi conduci dove non avrei voluto. Il confratello mi ha scritto: Se il Signore ora dovesse dire a te "seguimi", allora ricorda ciò che hai predicato. Non rifiutarti! Sii obbediente come hai descritto il grande Papa, tornato alla casa del Padre. Questo mi ha colpito nel profondo. Le vie del Signore non sono comode, ma noi non siamo creati per la comodità, bensì per le cose grandi, per il bene. Così - conclude il Papa - alla fine non ho potuto fare altro che dire sì".

Francesco Grana, Orticalab.it
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