venerdì 21 settembre 2012

'Gesù di Nazaret - Terzo volume'. Siamo sicuri che il Papa in nome di un profitto certo e immediato accetti l’idea che l’editoria cattolica venga relegata a un ruolo ancora più marginale?

Sarà edito dalla Rizzoli il terzo volume del "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI, dedicato ai Vangeli dell’Infanzia. La notizia, di cui erano già state date varie anticipazioni, è stata data oggi con uno scarno comunicato dalla Sala Stampa della Santa Sede. La casa editrice ha fatto un’offerta altissima, sembra nell’ordine dei due milioni e mezzo di euro, per prendere non solo i diritti di pubblicazione del libro dell’Italia, ma anche i diritti di vendita internazionale. Chi ha spinto perché venisse accettata l’offerta ha pensato in questo modo di far avere per la Santa Sede un profitto non indifferente. Ma non ha pensato alle conseguenze di lungo periodo. Che possono andare a tutto danno dell’editoria cattolica. Il primo volume del "Gesù di Nazaret" fu infatti pubblicato dalla casa editrice Rizzoli. Forte di un comparto internazionale di primo ordine, che comprende varie case editrici all’estro, la Rizzoli prese vantaggio dalla pubblicazione del libro del Pontefice vendendone i diritti alle varie consociate estere. Per esempio, in Spagna il libro fu pubblicato da Esfera dos Libros, una casa editrice che fa parte della scuderia Rizzoli. Che conta anche su una buona rete di distribuzione, potendo così essere presente in moltissimi punti di vendita. Questo avveniva quando ancora era direttore della Libreria Editrice Vaticana Claudio Rossini. Nel 2007, scade il mandato di Rossini, e il Consiglio di Amministrazione decide di rilanciare la LEV. Cercano un direttore di grinta e competenza, e lo individuano in don Giuseppe Costa, religioso salesiano, che l’editore lo ha fatto per davvero. Costa prende molto sul serio lo Statuto dell’Editrice, che come primo impegno quello di diffondere la parola del Papa. Non solo comincia a produrre una serie di volumi che ne rilanciano omelie e discorsi, non solo cura l’Opera omnia del Pontefice, ma si occupa anche dell’edizione del secondo volume del "Gesù di Nazaret". E ne vende i diritti all’estero a case editrici cattoliche, che hanno cura e consapevolezza dell’importanza del messaggio del Papa. In Germania, la Herder, che cura anche l’Opera omnia in lingua originale del Pontefice, acquisisce i diritti. In Francia è Silence et Parole. In Spagna, i diritti vanno alla casa editrice Encuentro. Negli Stati Uniti, il libro viene pubblicato da Ignatius Press. Il meglio dell’editoria cattolica internazionale, che si ritrova in udienza dal Papa dopo aver pubblicato il libro. La scelta non è solo opportuna. Ha il merito di dare fiato e finanze all’editoria cattolica nel mondo. Se, sono i dati della Buchmesse, la fiera del libro di Francoforte, l’editoria religiosa nel mondo è cresciuta del 5%, è anche vero che le case editrici cattoliche sono sempre povere di mezzi, e fanno fatica a trovare spazio tra le maglie della grande distribuzione. Il libro del Papa però giocoforza ottiene risalto e richieste. E permette all’editoria cattolica di avere profitti da reinvestire in quella che da sempre viene chiamata “la buona stampa”. Una boccata d’ossigeno di cui c’è indubbio bisogno. Mentre oggi si parla di “convogliare i media cattolici” e si propongono progetti di aggregatori internet di ispirazione cristiana come quello di Aleteia (in cerca della verità, ma anche di finanziamenti per 22 milioni di euro), in pochi si rendono conto che la crisi endemica dei fogli cattolici porta, per esempio in Italia, alla scomparsa di riviste prestigiose come 30Giorni, alla difficoltà economica di riviste diffusissime come Famiglia Cristiana, alla incapacità per il pensiero cristiano di fare breccia nelle grandi catene di distribuzione, dove invece sono in bella mostra libri che attaccano la Chiesa. Il regime di concorrenza perfetta taglia fuori l’editoria cattolica, piccola ma agguerrita. Una editoria sulla quale investire, se si vuole fare in modo che le parole del Papa siano diffuse in maniera corretta. Questo è chiaro nell’appartamento papale, da dove non mancano di arrivare elogi alla LEV per il lavoro di diffusione e anche per il fatto di essere l’unica voce nel comparto media in attivo di bilancio. Forse è meno chiaro tra i monsignori, che poi sono quelli che hanno davvero in mano la macchina. Di certo l’operazione del secondo volume del "Gesù di Nazaret" non è piaciuta ad alcuni. E sì che la distribuzione del Gesù di Nazaret era stata affidata alla Rizzoli. Ma, come tutte le case editrici, la Rizzoli ragiona per logiche di mercato. Tiene il libro negli scaffali per i mesi di contratto, non uno di più. Diverso il ragionamento delle case editrici cattoliche, che tengono a lungo il libro del Papa negli scaffali, ne fanno continuamente risaltare il messaggio, lo fanno diventare un long-seller, più che un best-seller. Ma che c’è una guerra intestina si comprende da alcuni dettagli. Per esempio: nella prima infornata di nuovi consultori al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ci sono tutti i direttori dei media cattolici e c’è persino Antonio Preziosi, direttore del Gr1. Ma non c’è don Giuseppe Costa, direttore della LEV. Una scelta che di certo salta agli occhi a qualcuno dei piani alti, sorpreso dal fatto che il direttore non solo ha ben lavorato, ma è stato persino confermato per un altro quinquennio. Tempo un mese, e la nomina di don Giuseppe Costa a consultore del Pontificio Consiglio viene annunciata. La domanda che gira nei corridoi è: chi ha voluto mettere i bastoni tra le ruote a don Costa? Alcuni fanno notare che sottosegretario del Pontificio Consiglio è mons. Giuseppe Antonio Scotti. Che è anche presidente del cda dell’Editrice Vaticana, ed è pure nell’organigramma della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Qualcun altro nota che tra i tre incarichi c’è un conflitto di interessi, perlomeno perché in due di questi c’è da gestire dei soldi. E qualcun altro ancora sottolinea come sia stato proprio mons. Scotti a gestire la trattativa per la vendita dei diritti del primo volume del "Gesù di Nazaret" alla Rizzoli. Sono illazioni, e di certo non provano nulla. Ma dietro tutto c’è una domanda di fondo. Davvero il Vaticano vuole rinunciare a diffondere personalmente la parola del Papa? Davvero, in nome di un profitto immediato, la Santa Sede rinuncia indirettamente a dare linfa e ossigeno e, perché no, anche ad investire in realtà cattoliche? Gli editori cattolici, consapevoli di questo rischio, hanno già inviato e fatto inviare da prelati amici lettere di protesta in Segreteria di Stato. L’unica ad essere salva dovrebbe essere la Herder, che ha già firmato con la LEV il contratto per la distribuzione del libro in Germania. Chi vuole parlar bene parla di “capitale umano”, e sviluppando questo concetto Becker ci vinse il Nobel dell’Economia nel 1992. Le leggi del mercato però hanno messo fuori gioco il capitale umano anche nelle mura vaticane. Con buona pace degli editori cattolici. E con gran piacere di quanti mirano non solo a relegare le parole della Chiesa negli scaffali delle librerie con il cartellino “New Age”, ma anche a togliere ogni tipo di sovranità alla Santa Sede. E’ la “cattiva stampa” foraggiata anche da fantasiosi articoli in cui si auspica un ritorno del Papa a San Giovanni in Laterano, e si teorizza che la Chiesa non ha bisogno della Santa Sede. Forse quello che sfugge è che rinunciare a diffondere la parola del Papa non è solo una scelta di mercato. È una scelta che rinuncia ad aiutare quanto c’è di cattolico e di buono nel mondo. È una idea probabilmente poco lungimirante, mentre tutti nel mondo cattolico parlano di “unirsi” e “diffondersi”. Siamo sicuri che il Papa, così consapevole del fatto che il cattolicesimo è sempre più marginalizzato nel dibattito pubblico, voglia davvero che i suoi libri non vengano affidati alla “buona stampa”? Siamo sicuri che il Papa in nome di un profitto certo e immediato (ma sul lungo periodo è tutto da definire) accetti l’idea che l’editoria cattolica venga relegata a un ruolo ancora più marginale?

Andrea Gagliarducci, Korazym.org
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